Momenti difficili: sentirsi giù è normale?

aprile 19th, 2010 |

C’era una volta un uomo che fece un viaggio in aereo e sfortunatamente cadde di sotto. E già momenti difficili… Fortunatamente indossava il paracadute, ma sfortunatamente era stato ripiegato male e non si aprì. Fortunatamente c’era un covone di fieno nel campo sottostante, ma sfortunatamente c’era un aguzzo forcone piantato proprio in cima al mucchio di fieno. Fortunatamente l’uomo riuscì a scansare il forcone, ma sfortunatamente mancò anche il mucchio di fieno!

Altro che momenti difficili, così è la vita. Non c’è bisogno di prendersela troppo (-: Gioisci semplicemente della tua vita. A volte sei fortunato e a volte non sei fortunato, devi accettare entrambe le possibilità. Tu chiedi troppo se pretendi che la vita sia sempre a tuo favore; ciò non è possibile in questo mondo che cambia in continuazione.

Tutto ha i suoi alti e bassi, in continuazione. Così, quando sei su, gioisci e quando sei giù, riposati e aspetta, che presto potrai tornare in alto. I periodi in cui sei giù dovrebbero essere momenti di riposo e quelli in cui sei su momenti per danzare. E tutto ciò è perfettamente naturale; altrimenti la vita sarebbe troppo monotona. Questa rappresentazione tragicomica – un momento tragedia e un altro commedia – rende la vita più succosa, più piccante. Non esiste alcun problema se si impara attraverso la comprensione ad accettare anche i momenti difficili. Insomma, sentirsi giù qualche volta è del tutto normale.

Mi sento sola

gennaio 9th, 2010 |

Ci sarà un momento in cui sarai in grado di stare da sola, ma non sei ancora a quel punto. Che ti piaccia o no, devi stare con qualcuno. Stare da soli è possibile solo quando si è veramente maturi, e non c’è nulla che si possa fare per questa maturità in un istante. Essa deve crescere a poco a poco, vivendo insieme a qualcuno, soffrendo e provando gioia.

Dopo essere passato attraverso molte esperienze di relazione, un giorno appare nella coscienza la realizzazione che da solo basti a te stesso, che non occorre che tu dipenda da altri, che essere soli non è uno spazio negativo ma un profondo appagamento, che essere soli è una cosa bella e colma di benedizioni. Ma questo accade solo dopo che sei passata attraverso tanti inferni e purgatori, solo allora. Non puoi andare direttamente in paradiso; la via per il paradiso passa attraverso l’inferno. Devi passare per l’inferno; quella è la scuola che ti prepara per il paradiso. Non avere fretta, perché altrimenti diventerai molto infelice.

È meglio essere in relazione e infelice che essere infelice e solo. Questa è l’unica scelta che hai in questo momento: infelice da solo o infelice con un altro. Ma essere infelici insieme è meglio, perché almeno puoi gettare la responsabilità sull’altro!

Se sei completamente solo, su chi potrai gettare la responsabilità? Dovrai portare tutto il fardello, senza avere nessuno con cui condividerlo! Se sei infelice con qualcuno puoi trovare delle ragioni per spiegare la tua infelicità. Se sei da solo non ci sono né cause, né spiegazioni; la mente si sente vuota, priva d’impegni, e l’infelicità sembra dover essere perenne, interminabile.

In questo momento scegli l’altra infelicità, quella che la gente chiama relazione. È un male necessario. Un giorno sarai in grado di andare oltre, ma non ora. Quando accadrà, non ti sentirai per nulla infelice da sola, anzi ti sentirai in cima al mondo. Non c’è gioia più grande di questa, non c’è relazione che possa portare una tale felicità. Una relazione è sempre un fenomeno eterogeneo: alcuni momenti di gioia mescolati a tanti altri di sofferenza. Questo è il prezzo che si paga per quei pochi momenti di gioia.

Se rimani da solo adesso, non avrai nemmeno quei pochi momenti di gioia; sarà solo sofferenza e dolore, una totale monotonia. Se sei con qualcuno, almeno l’infelicità cambia colore, forma. Di mattina è una e di sera è un’altra. È sempre infelicità, ma diversa!

La Gioia

dicembre 31st, 2009 |

Lascia che la gioia crei per te le ali per raggiungere le stelle. Un cuore colmo di gioia è sempre vicinissimo alle stelle. Solo chi è triste e avvilito e infelice va all’inferno: sta creando il proprio inferno. Chi è gioioso, chi canta e danza e celebra sta creando il suo paradiso con ognuna delle sue canzoni, con ognuna delle sue danze.
Dipende da te creare un paradiso o cadere nell’oscurità, nel fuoco dell’inferno. Queste due cose non sono al di fuori di te; sono entrambe al tuo interno. Dipende tutto da cosa scegli di essere, lascia che la gioia ti travolga.

Scegli di essere gioioso, scegli di celebrare sempre di più, scegli di far festa, in modo che nel tuo essere sboccino sempre più fiori, e tu possa godere sempre più della loro fragranza.

Questo non aiuterà solo te, ma anche tutti coloro con cui verrai in contatto. La gioia è contagiosa come una malattia. Quando vedi delle persone che danzano, senti subito che i tuoi piedi vogliono muoversi. Puoi cercare di controllarli, ma il corpo avrà voglia di unirsi alla danza. Tutte le volte in cui hai una possibilità di ridere, unisciti alla risata; tutte le volte in cui hai una possibilità di danzare, unisciti alla danza; tutte le volte in cui hai una possibilità di cantare, unisciti al canto – e scoprirai un giorno di aver creato il tuo paradiso.

Non è che si vada in paradiso; il paradiso non è da qualche parte nel cielo – è qualcosa che crei intorno a te.
Non dare mai ascolto alle cose negative, perché ti possono avvelenare, possono distruggere la tua gioia – mantienila pura, incontaminata. Se gioisci troverai persone che potranno danzare e celebrare con te, perché hai fatto il primo passo verso la felicità. E voglio ricordarti che il primo passo è quasi metà del viaggio. Non risparmiarti metti tutta la tua energia nella gioia, e ogni paura scomparirà!

Solitudine: perché c’è sofferenza e dolore quando sei da solo?

novembre 26th, 2009 |

Confrontare se stessi in solitudine fa paura ed è doloroso, ma bisogna sopportarlo. Non si dovrebbe fare nulla per evitarlo, nulla per distogliere la mente e nulla per sfuggirlo. Bisogna passarci attraverso e sopportarlo. La sofferenza e il dolore sono un buon segno, significano che ti stai avvicinando a una rinascita: ogni nascita è preceduta dal dolore. Non è possibile evitarlo, e comunque non va evitato perché fa parte della crescita.

Ma perché c’è questo dolore?
Se ne comprendi il motivo, questo ti aiuterà a passarci attraverso; e se ci passi in modo consapevole, ne verrai fuori più facilmente e più presto.
Perché c’è sofferenza quando sei da solo? La prima cosa è che in questa situazione l’ego sta male. Può esistere solo con gli altri; è cresciuto all’interno dei rapporti con gli altri, quindi non può esistere da solo. Quando si trova in una situazione in cui non è più in grado di sopravvivere, si sente soffocare, si sente a un passo dalla morte. Questa è la sofferenza più profonda: senti che stai morendo. Non sei tu che stai morendo, ma solo l’ego, che hai preso a considerare come te stesso, con cui ti sei identificato. L’ego non può esistere perché ti è stato dato dagli altri. È un contributo altrui, che non puoi portare con te quando ti allontani dagli altri.

In solitudine tutto ciò che sai su di te, cadrà; pian piano scomparirà. Puoi prolungare la vita dell’ego per un certo periodo – e anche per questo dovrai usare l’immaginazione – ma non puoi prolungarla molto a lungo. Senza la società, non hai radici: ti manca il terreno da cui ricavare il cibo. Questa è la principale sofferenza.
Non sai più chi sei: sei solo una personalità in dissoluzione, che si va disperdendo. Ma questo è un fatto positivo, perché se il falso non scompare, il reale non può emergere. Se non sei assolutamente pulito, limpido, il reale non può apparire.

In questo momento c’è un falso ‘tu’ che occupa il trono, e dev’essere detronizzato. Vivendo in solitudine, tutto ciò che è falso può andarsene. La realtà è che tutto quello che la società ti ha dato è falso; tutto quello che è nato con te, è autentico. Tutto ciò che è ‘te’ quando sei da solo, senza alcun contributo degli altri, è reale, autentico. Il falso deve sparire, ma il falso è un grande investimento. Hai investito tanto in esso; te ne sei preso tanta cura, e ora tutte le tue speranze sono collegate a esso. Perciò quando inizia a dissolversi, avrai paura, tremerai: “Che stai facendo a te stesso? Stai distruggendo la tua vita, la tua struttura”.
Avrai paura. Eppure devi passarci attraverso; solo allora potrai diventare impavido. Non dico che diventerai coraggioso, no. Diventerai impavido.
Il coraggio fa ancora parte della paura. Per quanto tu possa essere coraggioso, alle spalle del coraggio è nascosta la paura. Io dico ‘impavido’. Non sarai coraggioso; non occorre essere coraggiosi quando la paura non c’è. Paura e coraggio sono entrambi irrilevanti: sono aspetti della stessa medaglia. Le tue persone coraggiose sono come te, solo messe a testa in giù. Per te il coraggio è nascosto e la paura è in superficie; per loro, la paura è nascosta all’interno e il coraggio è in superficie. Quindi quando sei da solo, sei molto coraggioso. Quando pensi a qualcosa, sei molto coraggioso, ma quando accade la situazione reale, hai paura.

Si diventa impavidi quando si entra nella paura più profonda di tutte – quella del dissolversi dell’ego, del dissolversi dell’immagine e della personalità.
Questo fatto vuol dire morte, perché non sai se a partire da questa morte potrà emergere una nuova vita. Nel corso del processo, conoscerai solo la morte. Solo quando sarai morto per come sei ora – una falsa entità – solo allora saprai che la morte era solo una porta verso l’immortalità. Ma questo succederà alla fine; durante il processo starai solo morendo.
Tutto ciò a cui tenevi tanto, ti verrà portato via: la personalità, le idee, tutto ciò che consideri bello. Tutto questo ti lascerà. Verrai spogliato di tutti i ruoli e di tutte le vesti. In questo processo ci sarà la paura, ma questa paura è fondamentale, necessaria e inevitabile – è necessario passarci attraverso. Dovresti comprenderla e non cercare di evitarla; non fuggire, perché ogni fuga ti riporterà indietro. Tornerai di nuovo all’interno della personalità.

Quelli che vanno nel silenzio profondo e nella solitudine, mi chiedono sempre: “Ci sarà paura, e allora cosa fare?”. Io dico loro di non fare nulla, solo di vivere questa paura.
Se inizi a tremare, trema. Perché impedirlo? Se c’è paura dentro di te e inizi a tremare, trema di paura. Non fare nulla, lascia solo che accada – se ne andrà da sola. Se la eviti …e potresti evitarla. Puoi metterti a recitare mantra: “Ram, Ram, Ram”; ti attacchi al mantra in modo che la mente venga distratta. Raggiungi una certa pace; la paura scomparirà perché l’hai spinta nell’inconscio. Stava emergendo – ed era una cosa buona, te ne saresti liberato – ti stava lasciando, ma quando ti lascia, ti metti a tremare.

È un fatto naturale, perché un’energia che è sempre stata presente in ogni cellula del corpo e della mente – e sempre repressa – si sta dissolvendo. Ci sarà un tremare, uno scuotersi: sarà come un terremoto. L’anima nel suo complesso verrà scossa; ma tu lascia che accada. Non fare nulla; questo è il mio consiglio. Non metterti nemmeno a recitare mantra. Non provare a fare nulla perché tutto ciò che potrai fare è di reprimerla un’altra volta. Se le permetti di essere, se lasci che sia presente, ti lascerà – e quando ti lascerà, sarai una persona completamente diversa.

Criticare se stessi

novembre 9th, 2009 |

Mi sento molto critica verso me stessa. Dopo aver incontrato qualcuno, penso sempre a cosa ho detto e cosa avrei dovuto dire.

Questa è una cattiva abitudine. La consapevolezza di sé è un fatto positivo, ma il criticare se stessi non lo è, perché non è mai a proposito. Ti critichi quando il momento è già passato. La consapevolezza è nel presente, mentre la critica riguarda il passato. Ma non puoi disfare il passato, né puoi rifarlo. È finito, è finito per sempre; non c’è nulla che si possa fare. È stupido sprecare anche solo un istante a pensarci, perché quando ci pensi, non fai altro che sprecare anche il momento presente, ripetere lo stesso errore. Sii consapevole di tutto – relazioni, lavoro, meditazione… di tutto.
Sii consapevole quando una cosa è presente, mentre accade, e non essere mai critico. In quel momento di consapevolezza, qualcosa può essere trasformato. Se sei sveglio, ci sono tante cose che non puoi fare; ne farai invece delle altre. Se sei consapevole, non potrai commettere gli errori che poi critichi. La consapevolezza non è qualcosa che ti dia la possibilità di pentirti. Una persona consapevole non si pente mai; tutto ciò che non ha fatto, non ha fatto. Non serve compiangersi, criticarsi, piangersi addosso – queste sono tutte malattie. Quindi non criticare.
È un ‘trip’ dell’ego. Fai qualcosa, e poi nella tua mente cerchi di migliorarla. Ma questo mostra solamente che hai fatto qualcosa che è al di sotto dell’immagine creata dal tuo ego. Ti sei arrabbiato, mentre pensavi di essere una brava persona, una che non si arrabbia mai – ma ora ti sei arrabbiato. Più tardi ti accorgi che l’immagine che hai di te stesso è scaduta. Cosa puoi fare ora? Ai tuoi stessi occhi ti senti condannato.
Come potrai più mostrare la tua faccia in giro? Avevi detto a destra e a manca di essere una brava persona, una che non si arrabbia mai, e cose del genere. Ora che fare di tutta la pubblicità che ti eri fatto? Non puoi proprio dire di essere arrabbiato o avido o tirchio. C’è solo una possibilità: ti tiri su dalle stringhe delle scarpe, ti raddrizzi a forza, ti penti. Affermi: “Ho fatto una cosa sbagliata, qualcosa che non avrei dovuto fare. Avrei dovuto fare qualcos’altro”. Stai ritoccando la tua immagine, stai dicendo: “Va bene, magari mi sono arrabbiato, ma è stato solo l’errore di un momento. Me ne pento. Guarda, ho le lacrime agli occhi. Non sono così cattivo, dopotutto”. Puoi persino andare dalla persona con cui ti eri arrabbiato e chiederle perdono – ma anche questo è un ‘trip’ dell’ego. Ti sentirai di nuovo bene – sei davvero un brav’uomo! Hai conservato la tua rispettabilità. L’immagine che avevi di te si è riaffermata.
Se senti veramente che la rabbia era sbagliata, dimenticati del passato. È quando la rabbia è presente che devi rimanere sveglio. Quello è pentimento vero. Resta sveglio. Non dico di non chiedere mai perdono a qualcuno. Fallo pure, ma non perché sei pentito. Non scusarti per la tua rabbia ma per la tua inconsapevolezza. Riesci a comprendere la differenza?
Se ti sei arrabbiato, vai dalla persona e dille: “Ero inconsapevole. Mi sono comportato da sciocco, da ubriaco. Ero incosciente, come drogato. Ho fatto qualcosa, ma in effetti non c’ero”. Chiedi scusa per la tua inconsapevolezza, non per la rabbia. E ricorda che l’inconsapevolezza, non la rabbia, è il problema reale.
La prossima volta sii più consapevole. Che sia rabbia, odio, gelosia, possessività, le cose sono mille… ma la malattia vera è solo una: l’inconsapevolezza. Sono tutte facce dello stesso fenomeno. Se cerchi di cambiare questi problemi, non potrai mai farcela, perché sono milioni.

Infelicità e tristezza: che fare per essere felici?

ottobre 4th, 2009 |

Anche nei riguardi della infelicità puoi prendere un atteggiamento di celebrazione. Per esempio: sei triste – non identificarti con la tristezza. Diventa un testimone e sii contento del momento di tristezza, perché la tristezza ha la sua bellezza. Tu non lo hai mai osservato. Sei rimasto così identificato che non hai mai approfondito la bellezza di un momento triste. Se osservi, sarai sorpreso nell’accorgerti di quali tesori hai perduto.

Osserva: quando sei felice, non sei così profondo come quando sei triste.
Rispetto alla felicità, la tristezza ha una profondità; la felicità ha poco spessore. Vai a osservare le persone felici. Le cosiddette persone felici, i playboys o le playgirls – le troverai nei club, negli hotels, nei teatri – sono sempre sorridenti e sprizzano felicità. Li troverai sempre senza spessore, superficiali: non hanno alcuna profondità. La felicità è come le onde, rimane in superficie, e tu vivi una vita senza profondità. Rispetto alla felicità, la tristezza ha una profondità. Quando sei triste non è come essere onde sulla superficie, è come essere nelle profondità dell’Oceano Pacifico: una profondità di migliaia di chilometri.

Vai dentro la profondità, osservala. La felicità è rumorosa; la tristezza ha in sé un silenzio. La felicità può essere simile al giorno, la tristezza è come la notte. La felicità può essere simile alla luce, la tristezza è come l’oscurità. La luce va e viene, l’oscurità rimane – è eterna. La luce c’è ogni tanto, l’oscurità è sempre presente. Se entri nella tristezza, sentirai tutte queste cose. All’improvviso ti renderai conto che la tristezza è presente come un oggetto che osservi e di cui sei testimone, e comincerai a sentirti felice.
Che tristezza meravigliosa! È un fiore dell’oscurità, un fiore della profondità eterna.
È un abisso senza fondo, così silenzioso e melodioso. Non c’è assolutamente alcun rumore, alcun disturbo. Puoi continuare a cadere, a caderci dentro senza fine, e venirne fuori totalmente ringiovanito. È una pausa.

Dipende dall’atteggiamento. Quando diventi triste, pensi che ti sia accaduto qualcosa di brutto. Ma che ti sia accaduto qualcosa di brutto è una interpretazione: allora cominci a cercare una scappatoia. Non ci mediti mai sopra. Cerchi qualcuno da incontrare: a un party, al club, oppure accendi la televisione o la radio o ti metti a leggere il giornale – qualcosa che ti faccia dimenticare. Questo è un atteggiamento erroneo che ti è stato insegnato: che la tristezza è una cosa sbagliata. Non c’è niente di sbagliato, è un’altra polarità della vita.
La felicità è un estremo, la tristezza è l’altro. La beatitudine è un lato, l’infelicità è l’altro. La vita è fatta di entrambi, e la vita ha un ritmo per la presenza di entrambi. Una vita fatta solo di beatitudine avrà molti aspetti, ma non avrà profondità. Una vita solo di tristezza avrà profondità, ma non avrà molte dimensioni. Una vita fatta sia di tristezza che di beatitudine è multidimensionale; si muove in tutte le direzioni contemporaneamente.

Osserva la statua del Buddha oppure ogni tanto guarda nei miei occhi e le troverai tutte e due insieme: una beatitudine, una pace e anche una tristezza. Vi troverai una beatitudine che contiene in sé anche la tristezza, perché quella tristezza le dà profondità. Osserva la statua di Buddha – beato, ma anche triste. La parola ‘triste’ ha in se stessa una connotazione negativa, indica che qualcosa non va. Questa è la tua interpretazione.
Per me, la vita è buona nella sua totalità. E quando comprendi la vita nella sua totalità, solo allora puoi celebrare. Altrimenti no. La celebrazione significa: qualsiasi cosa succeda, non ha importanza: io celebro. La celebrazione non è condizionata a certe cose: ‘Quando sarò felice celebrerò’ oppure ‘Quando sarò infelice non celebrerò’.
La celebrazione non ha condizioni: io celebro la vita.

Mi porta infelicità – bene, io la celebro. Mi porta felicità – bene, io la celebro. La celebrazione è il mio atteggiamento, indipendentemente da quello che la vita mi porta.
Ma i problemi nascono perché tutte le volte che uso le parole, quelle parole hanno connotati precisi nella tua mente. Quando dico: ‘Celebra’, pensi che uno debba essere felice. Come fai a celebrare quando sei triste? Io non sto dicendo che devi essere felice per celebrare. La celebrazione è gratitudine per tutto quello che la vita ti dà. Qualsiasi cosa Dio ti possa dare, la celebrazione è gratitudine, è la sensazione di essere grati.

Ricetta per essere felici

settembre 9th, 2009 |

La ricetta della felicità arriva dal celebre ipnoterapeuta inglese Paul McKenna, noto anche per aver insegnato tecniche di sviluppo personale a star del calibro di David Bowie e Robbie Williams. Al tema ha dedicato un libro, dal libro “Control Stress: Stop Worrying And Feel Good Now” (Bantam Press). La regola 80/20 nella vita quotidiana, spiega, ad esempio ci può far scoprire che l’80% del nostro stress è legato al 20% delle persone che conosciamo. A questo punto non è difficile depennarle dall’elenco delle persone che frequentiamo abitualmente, con conseguente immediato vantaggio per la nostra vita che diventerà subito più gioiosa.

Ma non finisce qui. La ricetta per essere felici contiene cinque mosse efficaci che l’esperto rivela al giornale britannico “Daily Mail”. Si tratta di una ricetta semplice e alla portata di tutti, semplicemente sfruttando il potere dei ricordi. Il presupposto di tutto è che, quando ci si sente sopraffatti dallo stress, “anche un piccolo inconveniente sembrerà una tragedia, mentre se si galleggia sull’onda dei sentimenti positivi simili piccole increspature non ti toccheranno”, spiega lo specialista. E aggiunge: “La felicità di fondo è uno stato sottile che pervade tutto, indipendentemente da ciò che ci circonda, ed è caratterizzata da uno stato di allerta rilassato”.

Un modo semplice per ottenere una vera iniezione di benessere semplicemente concentrandosi sulle cose positive vissute che cambia la chimica del cervello, è favorire la liberazione delle endorfine, sostanze che il nostro cervello secerne nei momenti di piacere e dello star bene. Per liberare queste molecole e ritrovare il sereno, lo specialista suggerisce una tecnica messa a punto per creare sentimenti positivi a richiesta (o almeno per predisporsi ad essi):

1) “Ricorda un momento in cui hai sperimentato un’iniezione di
endorfine: ad esempio mentre facevi l’amore, o ridevi di gusto, o in
un momento di euforia”.
2) “Rivivilo nei dettagli, come se tornassi indietro nel tempo, rievocando odori, sensazioni e altre caratteristiche di quel momento”.
3) “Non appena il ricordo sarà vivo nella tua mente, questo renderà i colori della memoria più brillanti e i suoni più nitidi”.
4) “Stringi pollice e indice della mano destra insieme cinque volte di seguito”.
5) Una volta strizzato pollice e indice “e richiamato alla mente il ricordo del sentimento che vuoi ritrovare, ha creato un bottone delle endorfine. Ogni volta che farai questa cosa, per te sarà facile rilassarti, lasciarti andare e ridere della maggior parte delle cose che ti irritano”, assicura l’ipnoterapeuta.

Si tratta in effetti di una tecnica di autoipnosi che richiede un po’ di esercizio e di perseveranza. Ma, spiega l’esperto britannico, ci sono anche altri sistemi per ritrovare la felicità di fondo: ad esempio riscoprire la gratitudine, facendo una lista delle piccole cose quotidiane per cui ringraziare un essere superiore, che lo si voglia chiamare Dio o semplicemente fortuna. “Dalla famiglia, al primo caffé della giornata, da un fantastico colpo di golf, alla propria canzone preferita. I benefici di questo semplice esercizio sono notevoli, ci fanno sentire più ottimisti e più attenti, regalandoci entusiasmo ed energia” ogni volta che si butta un occhio alla lista, assicura McKenna, convinto che anche in questo campo “la pratica rende perfetti”. Il segreto è arricchire la lista con almeno cinque nuove voci ogni giorno.

Come superare il dispiacere

luglio 24th, 2009 |

Di qualunque natura sia il tuo dispiacere, uno dei primi provvedimenti da prendere è sfuggire a qualsiasi situazione depressiva possa essersi creata, anche quando è difficile, e tornare al corso normale della vita. Una delle ricette su come superare il dispiacere è di rientrate nel regime normale delle attività quotidiane; riprendete le vecchie amicizie, fatevene di nuove; tenetevi occupati camminando, andando a cavallo, nuotando, giocando, insomma tornate a far scorrere il sangue dentro di voi.

Un sollievo eccellente e naturale al dolore consiste nel dare sfogo alla sofferenza. Oggi è invalso un punto di vista secondo cui non si dovrebbe mostrare il dispiacere; sarebbe
sconveniente, secondo l’opinione corrente piangere o esprimersi tramite il meccanismo naturale di lacrime e singhiozzi. Ciò significa negare una legge di natura. È naturale piangere quando si ha una pena o un dolore; è un meccanismo di sollievo di cui la natura o l’esistenza ha dotato il corpo, e deve essere usato. Reprimere il dolore, inibirlo, contenerlo significa rinunciare a uno dei mezzi offerti da Dio per eliminare I’oppressione della sofferenza.

Come ogni altra funzione del corpo umano e del sistema nervoso, anche questa deve essere tenuta sotto controllo , ma non al punto di negarsela del tutto; un bel pianto da sollievo al dolore. Attenzione, però: questo meccanismo non deve essere usato senza misura e non si deve permettere che diventi un processo abituale; se ciò accadesse si entrerebbe in una situazione d’angoscia anormale, potrebbe diventare una psicosi.

Pensiero positivo: 10 indicazioni per pensare positivamente

luglio 7th, 2009 |

1. Se utilizziamo il nostro pensiero in modo positivo, possiamo conseguire momenti di grande gioia e serenità. Come esseri umani, abbiamo tutti lo stesso potenziale. Il cervello umano, fonte della nostra forza, è meraviglioso, purché se ne faccia buon uso.

2. Essere buoni, sinceri, avere pensieri positivi, perdonare chi ci ha fatto un torto, trattare tutti come amici, soccorrere coloro che soffrono, non considerarsi mai superiori agli altri: consigli troppo semplici in apparenza,
ma provate a metterli in pratica, e vedrete se non sarete più felici.

3. Gli esseri umani non hanno solo il potere di rendere felice la propria vita, ma anche quello di aiutare gli altri. Noi abbiamo una creatività naturale; è molto importante esserne consapevoli.

4. Serviamoci della nostra intelligenza umana con cognizione di causa. Se no, in che cosa siamo superiori agli animali?

5. Coltiviamo l’amore e la compassione, sentimenti che danno davvero un senso alla vita. Tutto il resto è superfluo.

6. Al giorno d’oggi si attribuisce grande valore all’individualismo, al diritto di pensare con la propria testa, senza conformarsi ai valori imposti dalla società o dalla tradizione. D’altra parte però ci alimentiamo unicamente di informazioni che provengono dai media e perciò diventiamo incapaci di basarci sulle nostre qualità personali, di avere fiducia nella nostra vera natura

7. Quando cercate un lavoro dopo aver compiuto gli studi, cercatelo seguendo la vostra natura, le vostre cognizioni, le vostre capacità e i vostri interessi, magari tenendo conto della vostra famiglia, degli amici o delle persone cui siete legati. Se sorgono dei problemi, siate determinati a superarli. Abbiate fiducia in voi stessi, mobilitate tutta la vostra energia.

8. Talvolta le persone rimangono sole perché sono troppo concentrate su se stesse e troppo esigenti nei confronti degli altri.

8. Se avete un handicap fisico, dite a voi stessi che dentro siamo tutti uguali. Anche se non avete l’uso di certi sensi, il vostro spirito funziona come quello degli altri.
Non scoraggiatevi, trovate la vostra sicurezza dentro di voi.

9. Comunque vada non scoraggiatevi mai. Se pensate: “E’ impossibile, nelle mie condizioni non ci riuscirò mai”, fallirete. Un proverbio tibetano afferma: “Scoraggiandosi non si esce dalla miseria.”

10. Se parliamo sempre con franchezza, chi ama le nostre idee lo apprezzerà e si unirà a noi.

Butta via la tristezza!

febbraio 13th, 2009 |

Butta via la tristezza!
Non per tutti è facile liberarsi dalla tristezza, il più delle volte le persone rimangono saldamente attaccate alla tristezza, non hanno alcuna intenzione di lasciarla andare…. Sono talmente identificate con essa al punto che se dovessero staccarsene avrebbero la sensazione di perdere qualcosa di se stessi. Sembra paradossale ma in molti casi è così. A tutto questo si aggiuge il problema dei condizionamenti ricevuti. Esistono molti condizionamenti con i quali siamo cresciuti e di cui non sempre ci rendiamo conto. Essi ci dicono: “Non devi essere triste. È male. Non dovresti essere triste. Dovresti essere felice”. Ora nasce la divisione, il problema!

Ci hanno insegnato che non dovremmo essere così, dobbiamo sforzarci a sorridere altrimenti che penserà la gente?
Se siamo tristi il partner ci lascierà, gli amici ci abbandoneranno e potremmo perdere il lavoro.

Se ad esempio sei un primario i pazienti non saranno contenti di vederti così triste. Vogliono un medico simpatico, gioioso, brillante, e invece tu hai l’aria così triste. Allora ti sforzi di sorridere e se non riesci a creare un vero sorriso ne fai uno falso, ma sorridere a tutti i costi con il tempo ci farà sentire falsi.
Il problema è propio questo: tu fingi, reciti. Riesci a sorridere, ma a quel punto sei diviso in due persone. Hai represso la verità, sei diventato falso.

Ed è per questo motivo che si incontrano mille difficoltà quando desideriamo conoscere noi stessi, come possiamo conoscere noi stessi se non siamo capaci di accettarci.

Ecco perché non riesci a conoscere te stesso. Come puoi conoscere te stesso se non ti accetti?. L’autoconoscenza avviene quando viviamo con un grande senso di accettazione, senza creare divisioni nel nostro essere.

Ma allora come facciamo a “buttar via la tristezza”?
Tutto cio che possiamo fare è di rilassarci in ciò che siamo, ed essere in grado di vedere. Questo è il punto da comprendere. Questa profonda comprensione è l’inizio della liberazione dalla tristezza. A qualcuno tutto questo potrebbe sembrare troppo semplice, ed invece è propio da questi piccoli ma significativi passi che tutta la trasformazione ha inizio.

Ricorda la chiave magica: se accetti la tristezza, scomparirà. Per quanto tempo puoi rimanere triste se accetti la tristezza? Se sei capace di accettare la tristezza, sarai capace di assorbirla nel tuo essere, si trasformerà in profondità e la tua vita inizierà a cambiare. Accetta la tristezza, dalle il benvenuto, e semplicemente osserva cio che accade.

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