Sentirsi felici grazie a dopamina e endorfina prodotte dal cervello!

dicembre 1st, 2011 |

Per essere felici bisogna avere cellule cerebrali molto attive, per produrre endorfine e dopamina. E chi le ha un po’ più lente? Può tenerle in allenamento.

Tanto vale saperlo: felici o infelici lo siamo fin dalla nascita, perché così è scritto nel nostro Dna, ossia il codice genetico alla base dell’ereditarietà
dei caratteri. Essere ricchi o poveri, sposati o singles, realizzati nel lavoro o disoccupati, conta poco.

Prima o poi il livello di insoddisfazione che fa parte della nostra natura biologica viene fuori. Così sostengono alcune ricerche scientifiche dell’università del Minnesota.

Lo studio è stata condotto su 1500 gemelli omozigoti, cioè con un patrimonio genetico identico. Nonostante le storie personali diverse, magari vissute in luoghi lontani, ogni gemello ha rivelato un tasso di insoddisfazione nei riguardi della vita identico a quello del fratello.

Gli studi in questione hanno anche rintracciato i responsabili: si chiamano dopamina e endorfina, e sono sostanze che, nel nostro cervello, agiscono come mediatori chimici, cioè sollecitano i neuroni a svolgere la loro funzione.

La dopamina, in particolare, riguarda i neuroni che hanno come scopo quello di segnalare uno stato d’animo che è il desiderio di raggiungere un fine. Le endorfine invece sono alla base della gratificazione, cioè segnalano l’avvenuta consumazione dell’oggetto del desiderio.

In sintesi: quanta più dopamina e endorfina produce il nostro cervello, tanto più ci sentiamo felici. Al contrario, se queste sostanze sono scarse, il tono dell’umore è più basso.

Essere felici aiuta a non ammalarsi?

dicembre 1st, 2011 |

Vi state chiedendo se essere felici possa aiutare a non ammalarsi? Ebbene, secondo il vecchio detto, condiviso oggi pienamente dalla medicina psicosomatica, la felicità è alla base di un buono stato di salute oppure, in caso di malattia, accelera la guarigione.

Che cosa ne pensa la scienza ufficiale? «Stabilire con esattezza quale relazione ci sia tra umore e benessere o malattia è impossibile, perché ogni individuo ha reazioni diverse», dice George Maestroni, del Centro di patologia sperimentale di Locarno.

Comunicazioni.

«Tuttavia è ormai provato che il sistema endocrino e il sistema immunitario sono strettamente connessi, perché usano, per funzionare, le stesse sostanze.
Le cellule nervose del cervello, per esempio, possiedono sulla superficie strutture in grado di recepire il segnale delle citochine, cioè delle sostanze usate per comunicare tra una cellula e l’altra a livello immunitario», dice Maestroni.

Ghiandola di collegamento. La prova della relazione tra sistema nervoso e immunitario viene dalla melatonina, prodotta dalla ghiandola pineale. «Svolge una funzione regolatrice del sistema immunitario. Tanto che ora si sta valutando il suo contributo nella cura dei tumori».

Solitudine: perché c’è sofferenza e dolore quando sei da solo?

novembre 26th, 2009 |

Confrontare se stessi in solitudine fa paura ed è doloroso, ma bisogna sopportarlo. Non si dovrebbe fare nulla per evitarlo, nulla per distogliere la mente e nulla per sfuggirlo. Bisogna passarci attraverso e sopportarlo. La sofferenza e il dolore sono un buon segno, significano che ti stai avvicinando a una rinascita: ogni nascita è preceduta dal dolore. Non è possibile evitarlo, e comunque non va evitato perché fa parte della crescita.

Ma perché c’è questo dolore?
Se ne comprendi il motivo, questo ti aiuterà a passarci attraverso; e se ci passi in modo consapevole, ne verrai fuori più facilmente e più presto.
Perché c’è sofferenza quando sei da solo? La prima cosa è che in questa situazione l’ego sta male. Può esistere solo con gli altri; è cresciuto all’interno dei rapporti con gli altri, quindi non può esistere da solo. Quando si trova in una situazione in cui non è più in grado di sopravvivere, si sente soffocare, si sente a un passo dalla morte. Questa è la sofferenza più profonda: senti che stai morendo. Non sei tu che stai morendo, ma solo l’ego, che hai preso a considerare come te stesso, con cui ti sei identificato. L’ego non può esistere perché ti è stato dato dagli altri. È un contributo altrui, che non puoi portare con te quando ti allontani dagli altri.

In solitudine tutto ciò che sai su di te, cadrà; pian piano scomparirà. Puoi prolungare la vita dell’ego per un certo periodo – e anche per questo dovrai usare l’immaginazione – ma non puoi prolungarla molto a lungo. Senza la società, non hai radici: ti manca il terreno da cui ricavare il cibo. Questa è la principale sofferenza.
Non sai più chi sei: sei solo una personalità in dissoluzione, che si va disperdendo. Ma questo è un fatto positivo, perché se il falso non scompare, il reale non può emergere. Se non sei assolutamente pulito, limpido, il reale non può apparire.

In questo momento c’è un falso ‘tu’ che occupa il trono, e dev’essere detronizzato. Vivendo in solitudine, tutto ciò che è falso può andarsene. La realtà è che tutto quello che la società ti ha dato è falso; tutto quello che è nato con te, è autentico. Tutto ciò che è ‘te’ quando sei da solo, senza alcun contributo degli altri, è reale, autentico. Il falso deve sparire, ma il falso è un grande investimento. Hai investito tanto in esso; te ne sei preso tanta cura, e ora tutte le tue speranze sono collegate a esso. Perciò quando inizia a dissolversi, avrai paura, tremerai: “Che stai facendo a te stesso? Stai distruggendo la tua vita, la tua struttura”.
Avrai paura. Eppure devi passarci attraverso; solo allora potrai diventare impavido. Non dico che diventerai coraggioso, no. Diventerai impavido.
Il coraggio fa ancora parte della paura. Per quanto tu possa essere coraggioso, alle spalle del coraggio è nascosta la paura. Io dico ‘impavido’. Non sarai coraggioso; non occorre essere coraggiosi quando la paura non c’è. Paura e coraggio sono entrambi irrilevanti: sono aspetti della stessa medaglia. Le tue persone coraggiose sono come te, solo messe a testa in giù. Per te il coraggio è nascosto e la paura è in superficie; per loro, la paura è nascosta all’interno e il coraggio è in superficie. Quindi quando sei da solo, sei molto coraggioso. Quando pensi a qualcosa, sei molto coraggioso, ma quando accade la situazione reale, hai paura.

Si diventa impavidi quando si entra nella paura più profonda di tutte – quella del dissolversi dell’ego, del dissolversi dell’immagine e della personalità.
Questo fatto vuol dire morte, perché non sai se a partire da questa morte potrà emergere una nuova vita. Nel corso del processo, conoscerai solo la morte. Solo quando sarai morto per come sei ora – una falsa entità – solo allora saprai che la morte era solo una porta verso l’immortalità. Ma questo succederà alla fine; durante il processo starai solo morendo.
Tutto ciò a cui tenevi tanto, ti verrà portato via: la personalità, le idee, tutto ciò che consideri bello. Tutto questo ti lascerà. Verrai spogliato di tutti i ruoli e di tutte le vesti. In questo processo ci sarà la paura, ma questa paura è fondamentale, necessaria e inevitabile – è necessario passarci attraverso. Dovresti comprenderla e non cercare di evitarla; non fuggire, perché ogni fuga ti riporterà indietro. Tornerai di nuovo all’interno della personalità.

Quelli che vanno nel silenzio profondo e nella solitudine, mi chiedono sempre: “Ci sarà paura, e allora cosa fare?”. Io dico loro di non fare nulla, solo di vivere questa paura.
Se inizi a tremare, trema. Perché impedirlo? Se c’è paura dentro di te e inizi a tremare, trema di paura. Non fare nulla, lascia solo che accada – se ne andrà da sola. Se la eviti …e potresti evitarla. Puoi metterti a recitare mantra: “Ram, Ram, Ram”; ti attacchi al mantra in modo che la mente venga distratta. Raggiungi una certa pace; la paura scomparirà perché l’hai spinta nell’inconscio. Stava emergendo – ed era una cosa buona, te ne saresti liberato – ti stava lasciando, ma quando ti lascia, ti metti a tremare.

È un fatto naturale, perché un’energia che è sempre stata presente in ogni cellula del corpo e della mente – e sempre repressa – si sta dissolvendo. Ci sarà un tremare, uno scuotersi: sarà come un terremoto. L’anima nel suo complesso verrà scossa; ma tu lascia che accada. Non fare nulla; questo è il mio consiglio. Non metterti nemmeno a recitare mantra. Non provare a fare nulla perché tutto ciò che potrai fare è di reprimerla un’altra volta. Se le permetti di essere, se lasci che sia presente, ti lascerà – e quando ti lascerà, sarai una persona completamente diversa.

Criticare se stessi

novembre 9th, 2009 |

Mi sento molto critica verso me stessa. Dopo aver incontrato qualcuno, penso sempre a cosa ho detto e cosa avrei dovuto dire.

Questa è una cattiva abitudine. La consapevolezza di sé è un fatto positivo, ma il criticare se stessi non lo è, perché non è mai a proposito. Ti critichi quando il momento è già passato. La consapevolezza è nel presente, mentre la critica riguarda il passato. Ma non puoi disfare il passato, né puoi rifarlo. È finito, è finito per sempre; non c’è nulla che si possa fare. È stupido sprecare anche solo un istante a pensarci, perché quando ci pensi, non fai altro che sprecare anche il momento presente, ripetere lo stesso errore. Sii consapevole di tutto – relazioni, lavoro, meditazione… di tutto.
Sii consapevole quando una cosa è presente, mentre accade, e non essere mai critico. In quel momento di consapevolezza, qualcosa può essere trasformato. Se sei sveglio, ci sono tante cose che non puoi fare; ne farai invece delle altre. Se sei consapevole, non potrai commettere gli errori che poi critichi. La consapevolezza non è qualcosa che ti dia la possibilità di pentirti. Una persona consapevole non si pente mai; tutto ciò che non ha fatto, non ha fatto. Non serve compiangersi, criticarsi, piangersi addosso – queste sono tutte malattie. Quindi non criticare.
È un ‘trip’ dell’ego. Fai qualcosa, e poi nella tua mente cerchi di migliorarla. Ma questo mostra solamente che hai fatto qualcosa che è al di sotto dell’immagine creata dal tuo ego. Ti sei arrabbiato, mentre pensavi di essere una brava persona, una che non si arrabbia mai – ma ora ti sei arrabbiato. Più tardi ti accorgi che l’immagine che hai di te stesso è scaduta. Cosa puoi fare ora? Ai tuoi stessi occhi ti senti condannato.
Come potrai più mostrare la tua faccia in giro? Avevi detto a destra e a manca di essere una brava persona, una che non si arrabbia mai, e cose del genere. Ora che fare di tutta la pubblicità che ti eri fatto? Non puoi proprio dire di essere arrabbiato o avido o tirchio. C’è solo una possibilità: ti tiri su dalle stringhe delle scarpe, ti raddrizzi a forza, ti penti. Affermi: “Ho fatto una cosa sbagliata, qualcosa che non avrei dovuto fare. Avrei dovuto fare qualcos’altro”. Stai ritoccando la tua immagine, stai dicendo: “Va bene, magari mi sono arrabbiato, ma è stato solo l’errore di un momento. Me ne pento. Guarda, ho le lacrime agli occhi. Non sono così cattivo, dopotutto”. Puoi persino andare dalla persona con cui ti eri arrabbiato e chiederle perdono – ma anche questo è un ‘trip’ dell’ego. Ti sentirai di nuovo bene – sei davvero un brav’uomo! Hai conservato la tua rispettabilità. L’immagine che avevi di te si è riaffermata.
Se senti veramente che la rabbia era sbagliata, dimenticati del passato. È quando la rabbia è presente che devi rimanere sveglio. Quello è pentimento vero. Resta sveglio. Non dico di non chiedere mai perdono a qualcuno. Fallo pure, ma non perché sei pentito. Non scusarti per la tua rabbia ma per la tua inconsapevolezza. Riesci a comprendere la differenza?
Se ti sei arrabbiato, vai dalla persona e dille: “Ero inconsapevole. Mi sono comportato da sciocco, da ubriaco. Ero incosciente, come drogato. Ho fatto qualcosa, ma in effetti non c’ero”. Chiedi scusa per la tua inconsapevolezza, non per la rabbia. E ricorda che l’inconsapevolezza, non la rabbia, è il problema reale.
La prossima volta sii più consapevole. Che sia rabbia, odio, gelosia, possessività, le cose sono mille… ma la malattia vera è solo una: l’inconsapevolezza. Sono tutte facce dello stesso fenomeno. Se cerchi di cambiare questi problemi, non potrai mai farcela, perché sono milioni.

Amore: pillole di saggezza

ottobre 14th, 2009 |

Ama, ed ama così profondamente da trovare Dio nel tuo amante. Sii un amico, e sii così fraterno da trovare Dio nel tuo amico. Ovunque tu riesca ad essere totalmente, Egli sarà presente. Il tuo essere totale in qualcosa è la porta.

Amare il prossimo come se stessi è come amare la propria immagine riflessa nello specchio. Non è una gran virtù; è una virtù meschina.
Ama il prossimo per quello che è. Che corrisponda alle tue idee o meno, che ti sembri morale o immorale, questi sono particolari insignificanti. E’ un essere umano e a tutti i diritti di essere se stesso. Amalo per quello che è. Il tuo amore non deve diventare esigente, il tuo amore non deve chiedere all’altro di essere diverso da quello che è.

Chi è innamorato non esiste più, è completamente assente, vive nel campo dell’immaginazione, dei desideri e dei sogni, non vive nella realtà. Si è drogato senza rendersene conto.
E dopo un po’ l’amore se ne è andato. A quel punto inizi ad affrontare la realtà. A quel punto nascono i guai, perché qualsiasi cosa tu abbia promesso, l’hai promessa quando non eri consapevole.
Ora devi mantenere delle promesse fatte in uno stato di inconsapevolezza… e il peso che ti porti aumenta.

Il matrimonio non è altro che questo: l’amore è stato sacrificato, ma è presente la sicurezza. Ovviamente nel matrimonio è presente la sicurezza, si è protetti: c’è la garanzia che anche domani la moglie sarà a tua disposizione, che il marito si prenderà cura di te. Ma l’amore? In questo caso l’amore diventa una parola vuota.

L’amore conosce solo il dare, l’idea stessa di ottenere qualcosa in cambio, non sorge. Ma questo è il miracolo dell’esistenza: se doni amore, l’amore – il tuo stesso amore – tornerà centuplicato. Torna indietro da tutte le direzioni: più dai e più ne hai!

L’amore non è solo un letto di rose. Certo, l’amore ferisce, ma quella ferita assomiglia a un’operazione chirurgica: portate in voi un odio profondo, quell’odio dev’essere annientato. Per un certo periodo di tempo, potete sentirvi feriti: è uno spazio vuoto, là dove esisteva odio.

La base che porta tutti a diventare nevrotici o psicotici è semplice: le anime della gente non sono nutrite. L’amore è il nutrimento essenziale. Potrai avere tutte le ricchezze del mondo, ma se non hai amore, sei l’uomo più povero del mondo, e sarai inutilmente oppresso da ricchezza, palazzi, imperi.

Non aspettare di amare solo quando comparirà la persona giusta perché, così facendo, la persona giusta non arriverà mai. Continua ad amare. Più amerai e più avrai la possibilità che la persona giusta arrivi, perché il tuo cuore inizia a fiorire e, un cuore che sboccia, attrarrà molte api, molti amanti.

Puoi amare solo quando sei felice dentro di te. L’amore non può venir aggiunto dall’esterno. Non è un indumento che puoi indossare.

Quali sono i sintomi dell’essere innamorati? Tre. Primo, assoluta soddisfazione. Nient’altro è più necessario, neanche Dio. Secondo, non c’è futuro. Questo istante d’amore è l’eternità. Non c’è alcun momento successivo, alcun futuro, alcun domani. L’amore accade nel presente. E terzo, tu cessi di esistere, non esisti più.

Quando ami una persona, chiunque essa sia, immediatamente comprendi che quello è il suo modo di essere. A quel punto non vuoi che sia altrimenti. L’amore non vuole mai cambiare nessuno. L’amore accetta, comprende.

Quando si vive insieme, dopo due giorni non noti più il colore dei capelli, dopo tre giorni non noti più la lunghezza del naso, e dopo tre settimane ti sei completamente dimenticato la fisionomia dell’altra persona. Ora ti scontri con la realtà. Ora la cosa reale sarà l’armonia spirituale.

Ricordate, se il vostro prendervi cura dell’altro non contiene un affare, né ambizioni, la persona di cui vi siete presi cura vi amerà per sempre.

Se due amanti non sono mai assieme in silenzio, se parlano sempre, quella è una indicazione che l’amore è morto. Ora stanno colmando quella distanza con le parole.

Se non sai come amare, come puoi conoscere la preghiera? La preghiera non è altro che la forma d’amore più raffinata: un amore non indirizzato a nessuno, un amore per il Tutto.

State insieme, ma non cercate di dominarvi, non cercate di possedervi e non distruggete l’individualità dell’altro.

Ti sono state date idee molto romantiche sull’amore, e quella è stata la calamità. Sei alla ricerca di ideali romantici, poetici. La gente non è il prodotto di idee di qualche sognatore, di qualche poeta: la gente è reale! E tu non vivi in una poesia! Pensi agli altri in termini tali che nessuno ti può soddisfare, tutti risulteranno fuori tiro.

Una distanza resta sempre nell’amore:
puoi avvicinarti sempre più alla persona amata, ma anche nella vicinanza più stretta, resta una distanza. Questa distanza è ciò che fa soffrire tutti gli amanti.

Vivere positivamente

ottobre 7th, 2009 |

Sii sempre positivo in ogni e ciascuna situazione. Comincia a vivere positivamente, solo questo: con emozioni positive. Essere negativo è essere auto-distruttivo, e alla fine suicida. Il tempio di Dio è aperto solo ai cuori che danzano, che cantano, che sono felici. Un cuore triste non può entrarvi, evita quindi la tristezza, riempi il tuo cuore di colori lussureggianti come quelli d’un pavone, e senza alcun motivo. Colui che ha un motivo per essere felice non è realmente felice. Danza e canta, ma non per gli altri, non per qualche motivo, ma solo per la gioia di danzare, e canta per la gioia di cantare, e la vita intera diventa divina e solo allora si trasforma in preghiera. Vivere così è essere liberi.

Infelicità e tristezza: che fare per essere felici?

ottobre 4th, 2009 |

Anche nei riguardi della infelicità puoi prendere un atteggiamento di celebrazione. Per esempio: sei triste – non identificarti con la tristezza. Diventa un testimone e sii contento del momento di tristezza, perché la tristezza ha la sua bellezza. Tu non lo hai mai osservato. Sei rimasto così identificato che non hai mai approfondito la bellezza di un momento triste. Se osservi, sarai sorpreso nell’accorgerti di quali tesori hai perduto.

Osserva: quando sei felice, non sei così profondo come quando sei triste.
Rispetto alla felicità, la tristezza ha una profondità; la felicità ha poco spessore. Vai a osservare le persone felici. Le cosiddette persone felici, i playboys o le playgirls – le troverai nei club, negli hotels, nei teatri – sono sempre sorridenti e sprizzano felicità. Li troverai sempre senza spessore, superficiali: non hanno alcuna profondità. La felicità è come le onde, rimane in superficie, e tu vivi una vita senza profondità. Rispetto alla felicità, la tristezza ha una profondità. Quando sei triste non è come essere onde sulla superficie, è come essere nelle profondità dell’Oceano Pacifico: una profondità di migliaia di chilometri.

Vai dentro la profondità, osservala. La felicità è rumorosa; la tristezza ha in sé un silenzio. La felicità può essere simile al giorno, la tristezza è come la notte. La felicità può essere simile alla luce, la tristezza è come l’oscurità. La luce va e viene, l’oscurità rimane – è eterna. La luce c’è ogni tanto, l’oscurità è sempre presente. Se entri nella tristezza, sentirai tutte queste cose. All’improvviso ti renderai conto che la tristezza è presente come un oggetto che osservi e di cui sei testimone, e comincerai a sentirti felice.
Che tristezza meravigliosa! È un fiore dell’oscurità, un fiore della profondità eterna.
È un abisso senza fondo, così silenzioso e melodioso. Non c’è assolutamente alcun rumore, alcun disturbo. Puoi continuare a cadere, a caderci dentro senza fine, e venirne fuori totalmente ringiovanito. È una pausa.

Dipende dall’atteggiamento. Quando diventi triste, pensi che ti sia accaduto qualcosa di brutto. Ma che ti sia accaduto qualcosa di brutto è una interpretazione: allora cominci a cercare una scappatoia. Non ci mediti mai sopra. Cerchi qualcuno da incontrare: a un party, al club, oppure accendi la televisione o la radio o ti metti a leggere il giornale – qualcosa che ti faccia dimenticare. Questo è un atteggiamento erroneo che ti è stato insegnato: che la tristezza è una cosa sbagliata. Non c’è niente di sbagliato, è un’altra polarità della vita.
La felicità è un estremo, la tristezza è l’altro. La beatitudine è un lato, l’infelicità è l’altro. La vita è fatta di entrambi, e la vita ha un ritmo per la presenza di entrambi. Una vita fatta solo di beatitudine avrà molti aspetti, ma non avrà profondità. Una vita solo di tristezza avrà profondità, ma non avrà molte dimensioni. Una vita fatta sia di tristezza che di beatitudine è multidimensionale; si muove in tutte le direzioni contemporaneamente.

Osserva la statua del Buddha oppure ogni tanto guarda nei miei occhi e le troverai tutte e due insieme: una beatitudine, una pace e anche una tristezza. Vi troverai una beatitudine che contiene in sé anche la tristezza, perché quella tristezza le dà profondità. Osserva la statua di Buddha – beato, ma anche triste. La parola ‘triste’ ha in se stessa una connotazione negativa, indica che qualcosa non va. Questa è la tua interpretazione.
Per me, la vita è buona nella sua totalità. E quando comprendi la vita nella sua totalità, solo allora puoi celebrare. Altrimenti no. La celebrazione significa: qualsiasi cosa succeda, non ha importanza: io celebro. La celebrazione non è condizionata a certe cose: ‘Quando sarò felice celebrerò’ oppure ‘Quando sarò infelice non celebrerò’.
La celebrazione non ha condizioni: io celebro la vita.

Mi porta infelicità – bene, io la celebro. Mi porta felicità – bene, io la celebro. La celebrazione è il mio atteggiamento, indipendentemente da quello che la vita mi porta.
Ma i problemi nascono perché tutte le volte che uso le parole, quelle parole hanno connotati precisi nella tua mente. Quando dico: ‘Celebra’, pensi che uno debba essere felice. Come fai a celebrare quando sei triste? Io non sto dicendo che devi essere felice per celebrare. La celebrazione è gratitudine per tutto quello che la vita ti dà. Qualsiasi cosa Dio ti possa dare, la celebrazione è gratitudine, è la sensazione di essere grati.

Ricetta per essere felici

settembre 9th, 2009 |

La ricetta della felicità arriva dal celebre ipnoterapeuta inglese Paul McKenna, noto anche per aver insegnato tecniche di sviluppo personale a star del calibro di David Bowie e Robbie Williams. Al tema ha dedicato un libro, dal libro “Control Stress: Stop Worrying And Feel Good Now” (Bantam Press). La regola 80/20 nella vita quotidiana, spiega, ad esempio ci può far scoprire che l’80% del nostro stress è legato al 20% delle persone che conosciamo. A questo punto non è difficile depennarle dall’elenco delle persone che frequentiamo abitualmente, con conseguente immediato vantaggio per la nostra vita che diventerà subito più gioiosa.

Ma non finisce qui. La ricetta per essere felici contiene cinque mosse efficaci che l’esperto rivela al giornale britannico “Daily Mail”. Si tratta di una ricetta semplice e alla portata di tutti, semplicemente sfruttando il potere dei ricordi. Il presupposto di tutto è che, quando ci si sente sopraffatti dallo stress, “anche un piccolo inconveniente sembrerà una tragedia, mentre se si galleggia sull’onda dei sentimenti positivi simili piccole increspature non ti toccheranno”, spiega lo specialista. E aggiunge: “La felicità di fondo è uno stato sottile che pervade tutto, indipendentemente da ciò che ci circonda, ed è caratterizzata da uno stato di allerta rilassato”.

Un modo semplice per ottenere una vera iniezione di benessere semplicemente concentrandosi sulle cose positive vissute che cambia la chimica del cervello, è favorire la liberazione delle endorfine, sostanze che il nostro cervello secerne nei momenti di piacere e dello star bene. Per liberare queste molecole e ritrovare il sereno, lo specialista suggerisce una tecnica messa a punto per creare sentimenti positivi a richiesta (o almeno per predisporsi ad essi):

1) “Ricorda un momento in cui hai sperimentato un’iniezione di
endorfine: ad esempio mentre facevi l’amore, o ridevi di gusto, o in
un momento di euforia”.
2) “Rivivilo nei dettagli, come se tornassi indietro nel tempo, rievocando odori, sensazioni e altre caratteristiche di quel momento”.
3) “Non appena il ricordo sarà vivo nella tua mente, questo renderà i colori della memoria più brillanti e i suoni più nitidi”.
4) “Stringi pollice e indice della mano destra insieme cinque volte di seguito”.
5) Una volta strizzato pollice e indice “e richiamato alla mente il ricordo del sentimento che vuoi ritrovare, ha creato un bottone delle endorfine. Ogni volta che farai questa cosa, per te sarà facile rilassarti, lasciarti andare e ridere della maggior parte delle cose che ti irritano”, assicura l’ipnoterapeuta.

Si tratta in effetti di una tecnica di autoipnosi che richiede un po’ di esercizio e di perseveranza. Ma, spiega l’esperto britannico, ci sono anche altri sistemi per ritrovare la felicità di fondo: ad esempio riscoprire la gratitudine, facendo una lista delle piccole cose quotidiane per cui ringraziare un essere superiore, che lo si voglia chiamare Dio o semplicemente fortuna. “Dalla famiglia, al primo caffé della giornata, da un fantastico colpo di golf, alla propria canzone preferita. I benefici di questo semplice esercizio sono notevoli, ci fanno sentire più ottimisti e più attenti, regalandoci entusiasmo ed energia” ogni volta che si butta un occhio alla lista, assicura McKenna, convinto che anche in questo campo “la pratica rende perfetti”. Il segreto è arricchire la lista con almeno cinque nuove voci ogni giorno.

ILLUMINAZIONE

agosto 23rd, 2009 |

L’illuminazione è la semplice realizzazione che tutto è come dovrebbe essere.
Questa è la definizione di illuminazione: tutto è come dovrebbe essere, tutto è perfetto così com’è. Hai questa sensazione e di colpo sei a casa. Non ti manca nulla; sei una parte, una parte organica del Tutto così bello e straordinario. Ti rilassi in esso, ti arrendi a esso. Non esisti separatamente tutte le separazioni sono scomparse.
Nasce una grande gioia, perché quando l’ego scompare non ci sono più preoccupazioni, quando l’ego scompare non c’è angoscia, quando l’ego scompare non c’è più la possibilità della morte. Questa è l’illuminazione, la comprensione che tutto è buono, tutto è bello ed è bello esattamente com’è. Ogni cosa è in una straordinaria armonia, in accordo.

Glossario sulle discipline spirituali e filosofiche orientali

agosto 4th, 2009 |

Questa settimana vogliamo pubblicare una lista di termini, con relativo significato, sulle discipline spirituali e filosofiche orientali. Ci auguriamo che questo inedito glossario sia gradito ai lettori di Essere Felici (-:

ALAYA dimora. Nella terminologia buddhista indica la “dimora interna”, la coscienza nel suo stato fondamentale, originario, prima e al di là di ogni modificazione.

ANATMAN (o anatta) non sé. La dottrina buddhista secondo la quale non vi è un’anima individuale, e la sensazione di un “io”, che ciascuno di noi ha, è illusoria.

APSARAS le fanciulle celesti della mitologia vedica.

ASANA le posizioni dello yoga.

ASRAM eremo, dimora di asceti, oppure sede di una scuola spirituale, luogo dove il maestro riunisce intorno a sé i discepoli.

ATMAN l’anima, l’essenza, il sé, l’identità profonda, la realtà universale presente in ognuno.

AUM, OM la sillaba sacra dei Veda, la vibrazione dell’energia universale che percorre ogni cosa.

BRAHAMACARYA celibato, astinenza sessuale.

CAKCRA centri della “fisiologia mistica” dello yoga, ciascuno dei quali corrisponde a certe funzioni psichiche. Sono sette, collocati lungo l’asse del corpo, dalla regione coccigea su fino alla sommità del capo.

DHARMA termine buddhista dalle molteplici connotazioni: dharma è la legge morale, l’insegnamento del Buddha, la natura stessa delle cose, la legge che governa l’universo.

GURU maestro spirituale.

HAIKU poesia giapponese consistente di tre versi non ritmati di cinque, sette e cinque sillabe rispettivamente.

KALPA un “giorno di Brahma”, e cioè un intero ciclo di manifestazione dell’universo, che inizia con la sua emanazione da parte dell’Assoluto e termina con il suo riassorbimento nell’Assoluto. Dura 4.320.000.000 anni del computo umano; ad esso segue una “notte di Brahma” di uguale durata, durante la quale l’universo è allo stato latente, è come potenzialità, per tornare poi all’esistenza in un nuovo “giorno di Brahma”.

KARMA la legge secondo la quale ogni azione lascia una traccia in chi la compie, che diventa il seme di ulteriori azioni. Tali tracce, che l’uomo porta con sé da un’incarnazione all’altra, lo legano al ciclo delle rinascite, al samsara.

KUNDDALINI l’energia vitale, rappresentata simultaneamente come una dea e come un serpente arrotolato alla base della colonna vertebrale. Il suo risveglio e la sua ascesa attraverso i cakra corrispondono all’apertura di sfere di esperienza psichica e alla realizzazione del potenziale divino contenuto in ogni essere umano.

MAHAMUDRA il “grande gesto”, il “gesto ultimo”, il “grande amplesso”, l’Illuminazione.

MANDALA composizione di struttura circolare usata come raffigurazione simbolica o come oggetto di meditazione.

MANTRA suono o sequenza di sillabe, ripetute o cantate come tecnica di concentrazione o per entrare in contatto con l’energia di certi simboli.

MAYA il velo dell’illusione che nasconde la realtà ultima delle cose, il gioco di apparenze che costituisce il mondo così come lo percepiamo.

MOKSA la liberazione, l’emancipazione dall’esistenza condizionata, dal mondo dell’illusione, dal ciclo delle rinascite.

MUDRA gesto, in particolare gesto avente un’efficacia simbolica e rituale. Nelle scritture tantriche anche l’amplesso sessuale.

PANDITA dotto, sapiente, conoscitore delle scritture religiose.

PARAMITA le dieci “virtù trascendenti” del buddhismo. Nel testo Bhagwan allude in particolare alla prima palamita, dana, che viene generalmente tradotta come generosità.

PRANAYAMA il controllo del respiro come strumento di controllo dei propri stati psichici nelle tecniche dello yoga.

RAMA settima incarnazione dei dio Visnù.

SADHU asceta, santo, colui che persegue un fine spirituale.

SAMADHI il più profondo stato di meditazione, l’ultimo stadio dello yoga, la completa dissoluzione dell’io, l’immersione nel tutto.

SAMAYA il voto pronunciato dagli adepti della tradizione tantrica.

SAMSARA il ciclo delle rinascite, il mondo dell’esistenza condizionata.

SANNYAS tradizionalmente, la “rinuncia al mondo”. Sannyasin è colui che è votato a tale rinuncia. E’ l’ultimo dei quattro stadi “naturali” in cui si divide la vita umana secondo l’antico codice di leggi di Manù. Bhagwan ha ripreso il termine sannyas per indicare l’iniziazione che conferisce ai suoi discepoli, slegandolo però da ogni prerequisito e da ogni gesto esteriore di rinuncia, e conferendogli un significato tutto interiore, di rinuncia all’appropriazione egoica del mondo.

SATORI termine zen che indica un momento di Illuminazione, di autentica percezione del reale al di fuori degli schemi dell’ego.

SUTRA precetto, massima, narrazione contenente un insegnamento.

TANTRA una “via di trascendenza”, manifestatasi in molte scuole, insegnamenti e scritture sia nell’ambito dell’induismo che del buddhismo a partire dal IV secolo d.C.

TAO termine cinese che indica l’inesprimibile realtà ultima delle cose. Nella sfera dell’umano è la via, la virtù, la legge dell’equilibrio fra gli opposti, dell’armonia fra uomo e universo.

TIRTHANKARA i “fondatori del cammino” del Jainismo.

YIN, YANG nel pensiero cinese i due poli dell’oscurità e della luce, del ricettivo e dell’attivo, del cedevole e del penetrante, del femminile e del maschile.

YOGA disciplina e insieme di tecniche finalizzate al raggiungimento dell’unione con il tutto, in particolare il sistema contenuto negli insegnamenti di Patanjali (II secolo a.C.).

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